La vita e i sogni sono fogli
di uno stesso libro.
Leggerli in ordine è vivere,
sfogliarli a caso è sognare.
Arthur Schopenauer
Salvador Dalì, fu uno dei più grandi maestri del Surrealismo. Nacque l’11 maggio 1904 a Figueras, in Catalogna. Nel febbraio 1921 si iscrisse
all’Accademia di Belle Arti di San Fernando. Qui conobbe, tra gli altri, Federico García Lorca e Luis Buñuel, con i quali condivise l'interesse
per i fermenti delle avanguardie. Nel 1925 tenne la sua prima personale, alla Galeries Dalmau di Barcellona, dove espose diciassette dipinti e cinque
disegni. Nella primavera del 1926, Dalí si recò a Parigi, dove conobbe diverse personalità dell’avanguardia artistica e, grazie all’intercessione di
Ortiz, un pittore cubista di Granada, amico di Lorca, riuscì ad avere un incontro con Pablo Picasso. Nell’estate del 1926 venne a Cadaqués, Joan Miró,
che lo convinse a trasferirsi a Parigi. Nella primavera del 1929 l’artista si recò a Parigi, dove collaborò con Buñuel alla sceneggiatura del film
“Un chien andalou”: grazie a quest’opera e all’aiuto di Miró, che lo introdusse nell’ambiente dell’avanguardia parigina, si realizzò il suo ingresso
nella cerchia dei surrealisti. Conobbe Breton, Eluard, Magritte e molti altri artisti e letterati che si riconoscevano nella nuova corrente artistica.
Quell’anno tornò per l’estate a Cadaqués, dove ricevette la visita di un gruppo di amici surrealisti, tra cui Eluard, con la moglie Gala. Tra la donna
e il giovane pittore nacque subito un sentimento forte: Gala diventò la sua compagna, la sua musa ispiratrice, la sua amministratrice ed infine sua
moglie. A novembre, alla Galerie Goemans si tenne la prima personale parigina di Dalí, presentata da Breton. Intanto l’artista collaborava con
Buñuel alla sceneggiatura di “L’age d’or” , che uscì nel 1930.
In quell’anno Dalí dipinse La persistenza della memoria, l’opera destinata a diventare
il simbolo della pittura surrealista. L’anno seguente il celebre dipinto con gli orologi molli venne esposto alla Julien Levy Gallery di New York,
nell’ambito di una collettiva, e proprio in questo periodo che si crearono le basi per il grande successo dell’artista negli Stati Uniti. Al ritorno
a Parigi, nel 1935, pubblicò La conquista dell’irrazionale. Nel 1939 Dalí tornò nuovamente a New York, dove tenne una nuova personale, in cui i dipinti
dalle immagini multiple ebbero un enorme successo. Durante gli anni Quaranta, trascorsi negli Stati Uniti, oltre alle esposizioni a New York, si dedicò
alla scenografia teatrale, collaborò con le riviste di moda Vogue e Harper's Bazar, realizzò gioielli e decorazioni d’interni per l’alta società
newyorkese , decorò l’appartamento di Helena Rubinstein, illustrò libri tra i quali il “Macbeth” di Shakespeare, i “Saggi” di Montagne,
e si avvicinò al mondo del cinema, collaborando a Spellbound (Io ti salverò) di Hitchcock e progettando un film d’animazione insieme a Walt Disney,
Destiny, realizzato, solo nel 2003, dal nipote di Disney, Roy.
Nel frattempo scrisse la sua autobiografia, “The Secret Life of Salvador Dalí”, che
viene pubblicata a New York nel 1942, il romanzo “Hidden Faces”, pubblicato a New York nel 1944, ed il trattato “Fifty Secrets of Magic Craftmanship”.
Nel 1949 Dalí ottenne un’udienza da Pio XII, al quale presentò la prima versione della Madonna di Port Lligat. In questo periodo, la sua pittura
arricchì di nuove tematiche: religiose, scientifiche, soprattutto nel campo della fisica nucleare. Teorizzò la sua nuova poetica nel Manifesto
mistico, pubblicato nel 1951. Nel 1958, con una cerimonia cattolica si sposò con Gala e, nel 1959, venne ricevuto in udienza dal Papa Giovanni XXIII.
I riconoscimenti ufficiali ormai erano incessanti: nel 1971 si inaugurò il Salvador Dalí Museum di Cleveland (che successivamente si trasferirà a St.
Petersburg, in Florida); nel 1978 l'artista venne accolto come membro associato nella Académie des Beaux-Arts de l'Institut de France, ma fu soprattutto
la Spagna ad omaggiare il suo grande pittore.
Fin dal 1970 Dalí progettò la creazione di un Museo-Teatro a Figueras, che venne inaugurato nel settembre
1974. Nel 1978 il re Juan Carlos e la regina Sofia si recarono in visita ufficiale al museo, denominato “Grande Teatro della Memoria”. Inoltre, nel
1982, Dalí fu insignito della Gran Croce dell'ordine di Carlo III (il più alto riconoscimento dello Stato spagnolo) e del titolo di Marchese di Púbol,
luogo acquistò un castello e dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Ma quell’anno morì Gala, la donna che, nel bene e nel male, aveva
accompagnato la sua intera esistenza. Dopo la perdita della moglie, Dalí iniziò lentamente a spegnersi. Si ritirò nel castello di Púbol, circondato
da una ristretta cerchia di amici e collaboratori, e dipinse sempre meno. Le sue condizioni di salute peggiorarono continuamente: iniziò a rifiutare
il cibo, afflitto da un tremore incessante alle mani, da frequenti attacchi nervosi, da problemi cardiorespiratori e, secondo i medici, dalla perdita
di ogni interesse nei confronti della vita, o forse, come negli altri confratelli, la conoscenza del momento della sua morte. A questo si aggiunsero le
ustioni riportate nel 1984 in un incendio nella sua camera da letto. L’artista morì il 23 gennaio 1989 all'età di 85 anni. Il suo corpo venne
imbalsamato ed esposto al Museo di Figueras.
1931: La rivoluzione, “La persistenza della memoria”
Il dipinto costituisce la prima fase del cammino di Dalì sul sentiero della raffigurazione di un mondo onirico ricco di suggestioni di straordinaria
intensità. La fisica di Einstein aveva in quegli anni rivoluzionato la concezione dello spazio e del tempo e Dalì ne fu considerevolmente
impressionato. Con la sua sensibilità l’artista “sogna” una realtà deformata, oppure una nuova forma di realtà, per la quale l’orologio, una struttura
rigida, razionale, misuratrice e scansione della nostra vita, si appalesa per quello che è, cioè il frutto di una mera convenzione di misurazione e si
deforma, diventa molle, si spalma sugli oggetti, si affloscia di fronte alla nuova frontiera della relatività. Relatività e non relativismo, sia chiaro.
La decontestualizzazione del tempo, infatti non produce l’annullarsi della realtà assoluta del Divino, che tanto ha significato, sia per Dalì, che il
suo stesso ispiratore Einstein, che finì per essere emarginato dagli ambienti scientifici ed universitario, proprio per l’approdo “mistico” del suo
pensiero. Si verificò all’epoca quanto si era già verificato per la rivoluzione di Copernico:
si metteva in discussione una visione antropocentrica,
aristotelica, geocentrica e ciò comportava la ricerca dell’Assoluto in qualcosa di diverso che nelle regole create dall’uomo per il suo vivere
quotidiano. Ma, come se l’umanità non fosse capace, nel suo complesso, di cogliere quest’occasione di evoluzione sapienziale, la rivoluzione finì
per mangiare ancora una volta i suoi figli, creando un materialismo più antropocentrico, della concezione precedente, o l’accusa di empietà da
parte della fazione apparentemente opposta alla prima, di chi pretende di ordinare il divino con regole umane, e pretende la fede in queste norme
come se fossero sovrumane. Si può credere nel tempo, in un tempo cosmico e divino, per sua natura sottratto alle nostre povere misurazioni che
possiamo, anzi dobbiamo considerare solo una comodità ed una convenzione per regolare il nostro quotidiano, ma non si può credere nell’orologio
come un’entità divina, il nuovo idolo del vitello d’oro, che tanto fece adirare Mosè. E per questo che Dalì gli orologi li affloscia, li scioglie,
fin sulla soglia di una sempre meno consistente liquidità. L’unica cosa che persiste è la memoria, che, per sua natura, supera il tempo, inteso come
misurazione, e sopravvive al liquefarsi degli orologi, a riprova dell’esistenza del tempo, indipendentemente dal modo in cui, per nostra comodità, lo
misuriamo.
1933: Lo scontro con i surrealisti, “L’enigma di Guglielmo Tell”
Come si è detto a Parigi Dalì conobbe Picasso e raggiunse il gruppo dei surrealisti, dal quale però prese subito le distanze, arrivando anche al
punto di affermare: “La differenza tra me e i surrealisti è che io sono surrealista”. Esasperato dalle sue continue provocazioni, nel 1934 Breton lo
espulse dal gruppo. La pietra dello scandalo fu l’opera “L’enigma di Guglielmo Tell”, dipnto nel 1933, quando il pittore interruppe definitivamente
ogni rapporto con il padre, che non accettava la sua relazione con Gala, una donna divorziata. Raffigurato nel dipinto è proprio il padre,
effigiato nelle fattezze di Lenin (e ciò suscitò furore tra i surrealisti), mentre tiene tra le braccia un bambino, ovvero il figlio. A terra, una
piccolissima noce che contiene un altro bimbo minuscolo, Gala, minacciata dal piede. La rottura fu vissuta da Dalì con il suo abituale clamore, ma
anche nel segno dei tempi: in tempi di grande affermazione della psicoanalisi egli citò Freud, il quale aveva affermato che “è un eroe colui che si
rivolta contro l’autorità paterna e la vince”. Breton ritenne che le scelte artistiche di Dalì fossero ispirate all’avidità di guadagno, facilitato
dallo scalpore delle sue opere, e, per questo motivo, anagrammando il suo nome lo chiamò “avid dollars”.
1951: la svolta mistica, “il Cristo di San Giovanni della Croce”
Dalì dipinse poi il Cristo che muore, osservato dall'alto, su suggestione di un disegno di San Giovanni della Croce, perché voleva un
Cristo più umano che potesse essere visto da un'altra dimensione. San Giovanni della Croce, al secolo Giovanni (Juan) de Yepes Álvarez ,
nato a Fontiveros il 24 giugno 1542 morto a Úbeda il 14 dicembre 1591, fu un sacerdote carmelitano e fondatore dell'Ordine dei carmelitani scalzi.
I suoi scritti vennero pubblicati per la prima volta nel 1618, fu beatificato nel 1675, canonizzato da papa Benedetto XIII nel 1726 e dichiarato
dottore della Chiesa da papa Pio XI nel 1926. La sua festa è il 14 dicembre. La Chiesa cattolica lo ha soprannominato Doctor Mysticus, mentre la
Chiesa anglicana lo ricorda come un "Maestro della fede". Fu poeta e teologo, autore di svariati trattati teologici riguardanti soprattutto la
preghiera e il “cammino spirituale dell'anima verso Dio e in Dio”. Dalì fu fortemente influenzato da questo grande mistico e poeta spagnolo ed in
particolare da una sua lirica dedicata all’ascesa sul “Monte della Perfezione”:
Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.
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Dal Monte della Perfezione Dalì sceglie, ancora una volta in una visione onirica, sia pure realistica e senza concessioni ad astrazioni deformanti,
di guardare il Cristo crocefisso dall’alto, ed è una visione suggestiva, da far girare la testa.
1955: Il recupero della tradizione, “L’Ultima Cena”
Nel '500 l’arte si era strettamente intrecciata con la matematica. Nel testo di Luca Pacioli, illustrato da Leonardo, "De divina proportione",
lo stesso Leonardo disegnò i solidi regolari sviluppati sulla sezione aurea e la forma vuota, piena e stellata per ogni solido. I canoni
armonici-proporzionali si dispiegano in Brunelleschi (cupole di S. Maria del Fiore a Firenze) e nelle gallerie di Palazzo Spada del Borromini, in
particolare in quest'ultima opera si trovano esperimenti di prospettiva accelerata e ritardata.
I solidi platonici continueranno ad esercitare il loro fascino anche su Dalì.. Per tale motivo si ritrova un dodecaedro (simbolo dell'universo) ne
“L'ultima Cena” di Dalì. E per lo stesso motivo per recuperare la grande tradizione pittorica a suo modo e cioè slegando dai nessi logici,
obbedendo alle visioni inconscie dei sogni e poi riunendo le due realtà apparentemente inconciliabili rivelando così una realtà superiore.
In questo modo Dalì rappresenta, nel 1954, nell’opera “Crocifissione (corpo ipercubico)”, la morte di Cristo: la croce è un ipercubo, cioè la
proiezione di un cubo quadridimensionale, in una regione non collocata nel nostro tempo di orologi che si sciolgono.
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